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Di Gennaro Gelmini
Adesso bisognava andarli a trovare, dissipando così ogni equivoco, quella sabbia negli occhi, ma per davvero, era quella che avevo lanciato per gioco all’amico di mio fratello, poi era da scusarsi, ma io ero piccolo, avevo appena ricevuto in dono da mia madre un trenino in legno con le ruote, praticamente finito in una fantasiosa tempesta di sabbia, ecco come era accaduto tutto ciò, sabbia lanciata da quel piccolo luogo lasciato ai bambini per farci i castelli di sabbia, nel giardino di case vere.
Eravamo io e mio padre, per accedere ai palazzi citofonammo, ci rispose la madre dell’amico, rattristata e impossibilitata ad aprirci, contrariata, quindi nell’idea di trovarlo lo stesso, transitammo dall’area giochi, prima il cancello per entrarvi, poi quello per uscirvi, ci trovammo sotto la palazzina, ma l’amico non era uscito di casa, allora da un terzo cancelletto sul retro ne uscimmo, camminando quindi sulla strada opposta, scoprimmo un luogo nel quale ci sentimmo sereni, tranquilli che c’era qualcos’altro che ci appartenesse, in quel momento, sul lato sinistro della strada possiamo ammirare dei nani, nani alti circa 50 centimetri, i più anziani dei quali avevano una folta barba che li copriva sul davanti per metà altezza, i più giovani erano sbalorditi nel vederci e sembravano voler cercare materna protezione, difatti avvicinandosi alle loro madri, ricordo, se non fosse stato così avrei detto diversamente, che tra le basse case in legno, vicino ad un anziano, al di là di un filo sostenuto da una parte da un muretto, che cingeva sul lato strada tutte le casette, si ergeva un ufficio, sempre a forma di casetta in legno, con su scritto “bank”, al che mi venne da pensare che quella non soltanto fosse la loro banca, ma che magari parlassero inglese, però noi non dovevamo essere lì!
Attimi di concitazione, sentimmo una forza misteriosa come se ci rispedisse nella nostra dimensione, in quale modo? Tornando semplicemente indietro, sui nostri passi, senza più poter fare ritorno a quell’incantevole incontro, un luogo che da decenni non c’è più, al suo posto è sorta Via Walter Tobagi.
A quei tempi, era il 1978, me medesimo Gennaro Gelmini avevo 4 anni e la città di cui vi sto parlando è Milano, nel quartiere Barona, zona che fino al 1980 era confinante terreni agricoli e in parte era essa stessa agricola, con decine di cascine, ricordandovene i nomi: Bassa, Battivacco, Bellaria, Beldiletto, Bianca, Boffalora, Cantalupa, Carliona, Cassinetta, Ceresa, Colombarotto, Ferrera, Fontecchio, Marcaccio, Marchetto, di Mezzo, Moncucco, Monterobbio, Ranza, Restocco, Sant’Ambrogio, San Marco al Bosco, Tre Castelli e Varesina; i mulini: Desa, Doppio, Ghignolo, della Pace e della Polvere; le fornaci: Caimera, Mari e della Pace.
Con il precedente articolo volevo poter decidere di parlarvi dell’estero senza dovermi sentir dire di andare fuori contesto, così vivo, senza restrizioni di muri invalicabili, prenderemo le redini, già consapevoli. Nella foto: rustica casa in legno.
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