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Di Gennaro Gelmini
Le esperienze globali del passato mi spingono a scrivere questo articolo, l’Amazzonia, l’estesa foresta sudamericana del territorio idrografico del Rio delle Amazzoni è in parte stata salvata dall’istituzione di numerosi Parchi Nazionali e Riserve naturali, grazie al contributo, occorre ricordarlo, del cantante Sting (nome d’arte di Gordon Matthew Thomas Sumner), che denunciò la deforestazione locale tramite canzoni denuncia e accorati appelli, facendo giungere anche in Italia i Capitribù locali a raccontare le vicissitudini contro le speculazioni, poi è stata la volta delle foreste sudafricane, dove un boscaiolo viene pagato l’equivalente di un solo dollaro ($) al giorno, minacciate anchesse dalla deforestazione, di qui l’intervento dell’associazione ambientalista Greenpeace, che denunciando che parte dei finanziamenti in denaro per abbatere le foreste proveniva anche dall’Italia, sono stati forieri di iniziative singolari di protesta, tra queste quella di travestirsi da gorilla e salire all’arrembaggio su di una nave che trasportava un intero carico di tronchi d’albero pluricentenari diretti in Italia per denunciare quanto siano minacciate anche le specie in via d’estinzione non solo per l’assottigliarsi della flora, ma anche per gli incendi appiccati per penetrare nelle aree più fittamente boscate o per essere stati travolti dagli autoveicoli transitanti nelle strade (questo accade soprattutto al bradipo, scimmia abituata a passare l’intera vita sugli alberi, che ci mette ore intere nel caso debba attraversare una strada) aperte nella foresta per il trasporto dei tronchi d’albero, tali vie sono larghe pochi metri, ma tutt’attorno viene comunemente tagliata, per aggiuntivi diversi metri, la foresta, al fine di poter scoprire in anticipo eventuali pericoli provenienti dalla foresta e come piste tagliafuoco, che devono, spesso senza riuscirci, evitare il propagarsi di possibili incendi.
Adesso veniamo alla questione chiave dell’articolo, per poterlo meglio comprendere occorre ripensare a quanto è accaduto in Madagascar (isola del continente africano, situata ad est di esso nell’Oceano Indiano, estremamente estesa), nello stesso continente africano e in Indonesia, dove le foreste in parte sono state soppiantate da coltivazioni di palma da olio (Elaeis Guineensis), in questi stessi giorni 13000 chilometri quadrati (Km/q) tra foresta e steppa in Patagonia, Cile (Chile), sono stati divorati dal fuoco e non mi stupirei se qualcuno l’avesse fatto per creare nuove aree di pascolo per gli alpaca, animali della famiglia dei camelidi da cui si ricava latte, ma soprattutto lana di alta qualità e in 20 diverse tonalità dai colori nero, bianco, rosso e marrone, questo il tempo presente in cui l’economia detta le regole, quindi per il denaro si produce oltremisura in un dato luogo per consumare a migliaia di km di distanza, dove si usa e si getta ogni cosa, il cambiamento futuro eviterà lo sfruttamento del suolo e delle persone, l’utilizzo si, ma senza eccedenze e in produzione bilanciata per vivere degnamente e non per sopravvivere, tutelando così anche le foreste, che sono anch’esse vive.
L’area interessata dall’incendio cileno fa parte del Parco Nazionale delle Torri del Paine, che verrà chiuso almeno per tutto il restante mese di gennaio 2012, ma poi come al solito diranno che mancano i soldi per il rimboschimento e avanti con il pascolo, finché ogni cosa ritroverà l’equilibrio nel dolce futuro prossimo che ci attende, la natura è per tutti, ma la vita è dolce melodia solo se viviamo in armonia con essa.
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